Iperico o fiore di san Giovanni



Il sentiero nel bosco chiede di essere percorso, per far sì che l’esuberanza delle erbacee lì dove il sole filtra non impedisca presto il passaggio. È quello che stanno iniziando a fare i girasoli, incuranti del nostro viavai, ormai arrivati alle spalle e carichi di enormi boccioli; tra poco una grossa parte del campo ci sarà preclusa fino al raccolto.

Sbocciano le prime carote selvatiche, i boccioli rasposi degli scardaccioni si gonfiano sempre di più, le galeghe iniziano a danzare con le vecce a bordo fiume, il grano si fa biondo, è quasi pronto per la mietitura. Da un paio di settimane la natura ha messo il turbo, corre veloce verso lo spartiacque del solstizio, dando fondo alle abbondanti riserve d’acqua regalate da maggio e seguendo il sole all’apice della sua forza.
Passato mezzogiorno l’aria si fa pesante, le grandi cupole verdi dei tigli mi offrono riparo e sollievo, respiro a fondo il loro profumo intenso e dolcissimo. L’estate è qui, al di là di cosa ne dicano le mie gambe troppo pallide.

Le piante rituali del solstizio quest’anno sono più puntuali del solito. Il freddo e il grigiore di maggio hanno rallentato gli anticipi dovuti al clima mediamente sempre più caldo, riallineando le fioriture al ritmo descritto in libri e manuali ormai datati.

.L’iperico, il fiore di San Giovanni per eccellenza, puntella qua e là i bordi delle strade, con quel suo essere ovunque e da nessuna parte che mi rende sempre così difficile organizzarne un buon raccolto. Andrebbe colto a puntate, l’iperico, a stazioni, nell’arco di una giornata, passeggiando e sostando in tanti posti diversi.

Racconta Cattabiani in Florario che nel suo nome Ippocrate e Dioscoride indicassero il significato di “al di sopra”, cioé più forte delle apparizione infere dell’oltretomba. Proteggeva dai fulmini, soprattutto se tenuto sulla testa danzando attorno al fuoco rituale della notte del 23 giugno e poi gettato sul tetto una volta spento il fuoco, guariva dai morsi di serpente, curava l’epilessia, allontanava gli spiriti maligni se nascosto dentro la camicia.
Da secoli considerata pianta scacciadiavoli e protettiva contro sventure e malocchi, si usava appenderne un rametto dietro la porta, durante la notte di San Giovanni, perché le presenze maligne, molto attive dal tramonto all’alba, restassero ben chiuse fuori di casa. È un’usanza che ho preso anche io, nonostante sia ben poco superstiziosa, forse in onore a quelle tradizioni antiche che, anche con rituali e credenze, hanno portato così tanta conoscenza fino ai giorni nostri: ogni anno, a cavallo di San Giovanni, attacco un rametto dietro la porta, per poi sostituirlo, tutto secco e color ruggine, con uno fresco l’anno successivo, restituendo il vecchio alla terra, nel vaso della ruta.
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 Un’altra pianta legata al solstizio, la ruta. Pianta elegante e aggraziata quanto pungente nel suo odore, forte e penetrante, un’aroma intenso che invade subito l’aria al solo sfiorarne le foglie, un’essenza che aggredisce la pelle se la si sfrega con la pianta, soprattutto se poi la si espone al sole. Ribattezzata nel medioevo “herba de fuga demonis”, conosceva più o meno gli stessi usi rituali dell’iperico, come protettiva contro malignità e sventure, ma ancora più efficace contro morsi di insetti pericolosi, animali feroci e vipere, e stavolta in qualche modo un fondo di verità c’è. Tradizionalmente la ruta si pianta ai bordi delle case per tenere lontani i nostri unici serpenti velenosi, che sembrano non amarne l’odore, tanto che si narra che alcuni animali come le donnole, prima di affrontare una vipera di cui sono predatrici, si rotolassero sulla ruta o ne mangiassero, per prenderne l’odore. Ho una pianta di ruta in un grosso vaso da qualche anno, regalo di Graciela, che la usa come bordura nel suo orto-giardino appunto perché confinante con un bosco frequentato dalle vipere.

Pianta strettamente legata alla donna, che aiuta nei parti e contro i gonfiori uterini e di cui stimola il flusso mestruale, era così descritta dalla Scuola Salernitana:

“Giova la ruta agli occhi, e fa la vista
assai acuta, e scaccia la caligine.
Nell’uom Venere affredda, e nella Donna
assai l’accende, e fa l’ingegno astuto.
E acciò che non vi dian le pulci tedio
ella, o donne, è un ottimo rimedio.”

Veniva considerata infatti afrodisiaca per le donne e anafrodisiaca per gli uomini (pare che i monaci ne mangiassero per tenere lontani sogni osceni e tentazioni), curativa per gli occhi, utile per allontanare pulci e animali fastidiosi; è stata infatti molto usata durante le pestilenze, sia per allontanare topi e pulci, che portavano la malattia, che, come ingrediente dell’aceto dei quattro ladri, per proteggersene o curarla.
Oggi la ruta non si utilizza più granché se non in liquoristica, è una pianta molto potente e potenzialmente tossica, da dosare con attenzione, ma mantiene il suo uso rituale e magico.


Tutt’altro aroma è quello soave della lavanda, universalmente apprezzato e ricercato, duraturo e persistente anche in fiori seccati da anni. Simbolo di purezza, la “spighetta di San Giovanni” non poteva mancare tra le piante rituali della notte del 23-24 giugno, usate appunto per allontanare spiriti maligni e torbidi. La lavanda in questo si rivelava particolarmente utile: se una strega vi avesse sorpresi sul cammino o in casa con dei fiori di lavanda, non avrebbe potuto fare a meno di mettersi a contare uno ad uno i chicchi e filamenti delle spighette, impiegandoci così tanto tempo da far sopraggiungere l’aurora, che avrebbe neutralizzato i suoi poteri costringendola a scappare via. È la stessa ragione per cui si teneva dietro la porta una scopa di saggina o un barattolo di sale: anche in quel caso, la strega sarebbe stata indotta senza scampo a contarne i rametti o i grani. Nel medioevo, insomma, si credevano le streghe delle ossessivo-compulsive della peggior specie, porelle, così malvagie ma così malate da poter essere ingannate con una spighetta di lavanda :). È l’aspetto dei rituali di San Giovanni che mi ha sempre fatto più ridere.

Al di là di questo la lavanda scaccerebbe il malocchio, specie nei bambini, proteggerebbe da disgrazie, stimolerebbe fecondità e prosperità, aiuterebbe il gioco amoroso nei novelli sposi, alleviando le tensioni della prima notte.

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Queste erbe erano ingredienti indispensabili per la preparazione dell’Acqua di San Giovanni, insieme ad una quarta, che non poteva mancare: il rosmarino, anch’esso molto legato ai rituali del solstizio grazie alle sue virtù magiche, al suo essere considerato pianta dell’immortalità, al suo legno, che usato per scolpire amuleti e cucchiai si diceva proteggesse da ogni avvelenamento.
Pianta simbolo di coraggio, bastava portarne un rametto all’occhiello per facilitare ogni impresa; per evitare brutti sogni, se ne mettevano delle foglie sotto il cuscino, mentre per allontanare le malattie si teneva un vaso di rosmarino sulla finestra o accanto alla porta. Teneva lontani serpenti e scorpioni, e mangiandone i fiori con pane e miele si sarebbe divenuti immuni dagli attacchi degli animali velenosi. Si credeva poi che i fiori, se tenuti a contatto con la pelle all’altezza del cuore, potessero farci il dono più ambito: la felicità.

L’acqua di San Giovanni veniva preparata al tramonto del 23 giugno, lasciata all’aperto a caricarsi delle energie magiche della notte, infine utilizzata al mattino del 24 giugno, per lavarsi viso e corpo. Si credeva portasse salute, benessere, buona sorte e fecondità, proteggendo dalle energie negative.
Iperico, ruta, lavanda e rosmarino non potevano mancare, ma si potevano aggiungere tante altre erbe e fiori legati al periodo e dagli usi rituali: artemisia, menta, verbena, salvia, ad esempio, ma anche fiori di ginestra, petali di rosa, fiordalisi (a trovarne!), caprifogli, malva, camomilla e molte altre, in generale tutto ciò che fiorisce nei campi in questo periodo e che ispirasse l’animo del raccoglitore.

Quella di San Giovanni Battista è una festività cristiana, legata al rituale del battesimo, simboleggiato dall’acqua sacra, e al proteggersi, con la luce, dall’oscurità della notte e dal maligno che vi si nasconde: leggenda vuole che durante quella notte ci fossero più streghe e presenze demoniache in giro perché chiamate al grande sabba annuale sotto al noce di Benevento. Frutto del periodo del basso medioevo (l’istituzione della festa di San Giovanni è datata 1300), nasce intorno a uno dei periodi più oscuri e decadenti della cultura umana, quello legato all’inquisizione e alla caccia alle streghe, quello in cui la figura della donna è stata svilita probabilmente al suo massimo grado e in cui la scienza e il libero pensiero erano fortemente ostacolati e repressi da credenze e poteri religiosi.
I rituali legati al solstizio esistevano ovviamente da prima: i solstizi d’inverno e d’estate sono momenti di passaggio importanti, nella natura e nell’animo degli uomini. Cito dal bel libro Le erbe delle streghe nel medioevo, di Rosella Omicciolo Valentini:

“[…] i solstizi sono momenti di passaggio, porte sul confine tra lo spazio terreno e l’eternità. Così il solstizio d’inverno […], corrisponde alla porta degli dèi, janua coeli, la porta del cielo attraversata dalle anime che ascendono al paradiso, mentre il solstizio d’estate […] corrisponde alla porta degli uomini, janua inferni, la porta aperta verso il basso, che permette il passaggio di benefica energia capace di rigenerare la terra e far maturare i frutti. Per questo la notte del solstizio estivo è piena di magia e presagi: è la notte in cui le forze sacrali della natura si scatenano e si decidono le sorti dell’intero anno, per i raccolti e per l’amore.
Porte solstiziali a cui nell’antichità veniva associato il dio Giano […], custode delle porte, dei passaggi, della vita e della morte.
A lui il Cristianesimo […] sostituì i due San Giovanni: l’Evangelista, il 27 dicembre, per il solstizio d’inverno, il Battista, il 24 giugno, per il solstizio d’estate.”

Con un fuoco, nella notte del 23 giugno, si celebrava l’inizio della discesa del sole, propiziandosi la sua forza e il suo ritorno; con un fuoco, al solstizio d’inverno, si festeggiava, in piena oscurità, il ritorno della luce, che avrebbe ricominciato a vincere sul buio dal giorno successivo.
Certo accendere un fuoco in giardino non è sempre consigliabile o possibile :), ma l’acqua di San Giovanni è decisamente alla portata di tutti, con le erbe rituali oppure con quelle che si trovano. Pur non essendo una gran fanatica dei rituali, ogni tradizione culturale legata alle erbe mi affascina, come anche ogni forma di rispetto e di sacralità collegata alla natura e ai suoi ritmi stagionali, da cui dipendiamo fortemente. Trovo sia questo il senso, ancora oggi, di preparare un’acqua di San Giovanni o di scriverne: sentire e onorare l’enorme valore intrinseco dell’equilibrio naturale, così essenziale al nostro equilibrio stesso, delle piante, da cui la vita tutta dipende, del sole, l’energia primaria che nutre il nostro pianeta. E dell’uomo, che di questo equilibrio può essere parte e non ostacolo, se solo ricordasse di esserne stato parte sempre.
Ha un suo valore se può essere un veicolo per questo, più che una cosa fica da fare perché sui social tutti ne parlano. Ché preparare un’acqua di San Giovanni, danzare attorno al fuoco e la mattina dopo spruzzare diserbante intorno a quell’aiuola che non mi va di pulire a mano non ha molto senso.

Come preparare dunque l’Acqua di San Giovanni? Niente di più facile: verso il tramonto del 23 giugno prendete una bella ciotola o bacinella capiente e riempitela d’acqua. Cospargetene la superficie di fiori e foglie, quelle di cui ho raccontato nell’articolo o quelle che volete voi, fate la vostra selezione personale e istintiva. Il quartetto iperico-ruta-lavanda-rosmarino è la base, ma se non le trovate pazienza.
Lasciate la bacinella all’aperto per tutta la notte, e la mattina dopo bagnatevi con l’acqua, a cui si sarà aggiunta la guazza di San Giovanni, la magica rugiada della notte solstiziale. Lavatevi il viso, il corpo, i capelli, bagnateci il cane, o annaffiateci le piante, schizzateci i bambini o immergeteci i piedi. Fateci ciò che volete. Ricordo di aver letto una volta da Annalisa de Luca, autrice di Facciamo il Pane, conosciuta ad un laboratorio sulla preparazione del pane a lievitazione naturale tanti anni fa, che lei generava una nuova pasta madre ogni anno al solstizio, usando come base per il primo starter l’acqua di San Giovanni. Un utilizzo originale, no?

Per la mia acqua ho usato:

Gli irrinunciabili Iperico, Ruta, Lavanda e Rosmarino.
Menta e Verbena, così, per tradizione.
Artemisia, perché l’adoro.
Ginestra, perché maggio ritrovi il suo profumo.
Achillea, perché mi dia forza.
Nigella, perché la bellezza non è mai troppa.
Meliloto, perché l’odore del fieno è tra le cose più belle dell’estate.
Cardo campestre, in onore a tutti i cardi e alla loro ruvida eleganza senza fronzoli.
Piantaggine, perché nelle cose più umili sono spesso celati grandi tesori.
Un fiore che non so, per propiziarmi la conoscenza.

(Elenco dei nomi botanici delle piante appena citate: Hypericum perforatum, Ruta graveolens, Lavandula hybrida, Rosmarinus officinalis, Mentha spicata, Verbena officinalis, Artemisia vulgaris, Spartium junceum, Achillea millefolium, Nigella damascena, Melilotus officinalis, Cirsium arvense, Plantago lanceolata).

Mi rendo conto che ciò che mi muove oggi non è solo il fascino delle tradizioni: è che le piante sono magiche davvero, ispirano così tanta poesia, così tanta bellezza.
Se vi va, raccontatemi nei commenti come la preparate voi, l’acqua di San Giovanni, e che utilizzi ne fate.

Qualche link utile sulla Notte di San Giovanni

. La migliore festa per la Notte di San Giovanni? Quella di Collepardo, ovviamente, in provincia di Frosinone, tra i Monti Ernici. Organizzata da tantissimi anni dall’associazione Hortus Hernicus, strettamente collegata alle attività di Marco Sarandrea, uno dei migliori maestri che abbia mai avuto, e di altri bravi erboristi e botanici laziali. Mega-falò in una radura nella profonda valle boschiva, catino formato gigante di acqua di San Giovanni, passeggiate notturne, musica e danze, con tanto di grotte popolate da colonie di pipistrelli visitabili per l’occasione. Ogni anno, dalle 21.30 del 23 giugno fino a mattina!

. I libri che vi consiglio sulle tradizioni e i rituali collegati a San Giovanni e alle piante in genere li ho già in parte citati nell’articolo: Florario, di Alfredo Cattabiani, e Le erbe delle streghe nel medioevo, di Rosella Omicciolo Valentini. Aggiungo Erboristeria Planetaria di Ferdinando Alaimo, uno dei miei libri preferiti sul tema.

. Un’altra tradizione fortemente legata alla Notte di San Giovanni è quella della preparazione del nocino. Se volete, ne ho parlato nel dettaglio qui, lasciandovi anche la ricetta per realizzare in casa questo liquore delizioso.

Buon inizio estate a tutti voi!

Fonte web https://granosalis.org


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